Il Pendolo di Foucault
Copertina di una delle ultime edizioni del libro “Fu allora che vidi il Pendolo.
La sfera, mobile all'estremità di un lungo filo fissato alla volta del coro, descriveva le sue ampie oscillazioni con isocrona maestà.
Io sapevo – ma chiunque avrebbe dovuto avvertire nell'incanto di quel placido respiro – che il periodo era regolato dal rapporto tra la radice quadrata della lunghezza del filo e quel numero π che, irrazionale alle menti sublunari, per divina ragione lega necessariamente la circonferenza al diametro di tutti i cerchi possibili – così che il tempo di quel vagare della sfera dall'uno all'altro polo era effetto di un'arcana cospirazione tra le più intemporali delle misure, l'unità del punto di sospensione, la dualità di una astratta dimensione, la natura ternaria di π, il tetragono segreto della radice, la perfezione del cerchio.”
Quando mi trovai con questo corposo volume tra le mani, gongolante perché non aveva lasciato le mie tasche troppo alleggerite, lo aprii alla prima pagina, non appena fui fuori dalla libreria; rimasi cinque minuti buoni ad osservare questo inizio e, già da quel primo rigo, così secco e lapidario, mi aspettavo di trovarmi buttata a capofitto nel bel mezzo dell’azione e i caratteri affastellati della pagina sembravano formare un braccio per farmi precipitare.
Così stimolata, presi a divorare ogni singola parola delle poche righe successive, pronta al “fortissimo”, prima di scontrarmi con la realtà: le parole, sebbene si susseguissero veloci e frenetiche, erano lunghe e dotate di un ritmo lento, degni tasselli della semplice, tranquilla, placida contemplazione di un pendolo.
Come una bambina ingenua e vivace che viene spinta a una marachella da un compagno più discolo e poi si sorprende di essere stata messa in punizione, ferma e immobile in un angolo, così fu la mia piccola delusione, culminante in un’alzata di spalle, che mi fece trovare faccia a faccia con un tizio, il quale voleva esercitare il suo giusto diritto ad usufruire dell’ingresso della libreria,occupato da me esattamente per metà.
Sorvolando su questo ultimo punto, la vicenda sia di monito: la croce e la delizia di questo libro sta proprio nello stile del suo scrittore, Umberto Eco, probabilmente la penna più polimorfica nel panorama italiano; durante la lettura, la curiosità vi spingerà a fare un’indigestione di parole, per poi scoprire all’improvviso che volevano essere centellinate, come un buon vino, oppure verrete portati a considerare importante un momento della narrazione, che poi scoprirete essere quasi un inciso, poco più di un’appendice, nell’immenso panorama della vicenda.
Difatti la maggiore critica rivolta dagli intenditori al secondo romanzo di Umberto Eco, pubblicato per la prima volta nel 1988 per i tipi di Bompiani, è stata proprio la scarsa organicità della storia; un difetto che può rivelarsi estremamente positivo, proprio come ogni avvenimento trattato nel libro.
L’assioma “Un libro è costituito dalla somma delle sue letture”, in questo caso, è estremamente veritiero; il “Pendolo di Foucault” non è un semplice romanzo, è un contenitore di generi: saggio, giallo, avventura e tanti altri ancora, come tanti sono i gradi di lettura, senza contare poi l’enorme campionario di riferimenti e citazioni ad altre opere e ad altri scrittori.
Sono proprio però queste apparenti anomalie ad aver letteralmente inchiodato alla sedia tanti lettori, per districare la complessa matassa del suo schema narrativo.
Sigillo dei Cavalieri Templari
Detto ciò, rendere la trama de “Il Pendolo di Foucault” in poche righe è un’impresa quasi disperata, ma scendere nei dettagli leverebbe metà del piacere nel leggerlo; volendo semplificare, possiamo isolare la vicenda principale di Causabon, narrata come flashback da lui medesimo come io narrante di tutto il romanzo, prima studente universitario impegnato nella tesi e poi collaboratore editoriale a Milano.
Fin dalla tesi, Causabon si ritrova irresistibilmente attratto dalle vicende dei cavalieri dell’ordine templare, incontrandoli poi in ogni sua successiva esperienza; i Templari divengono così la scusa perfetta per descrivere nel libro moltissimi di quei miti occulti che appartengono all’esoterismo occidentale, ricostruiti da Causabon e da altri personaggi del romanzo in un’idea fantasiosa, denominata da loro stessi “Il Piano.”
Tuttavia uno scherzo spesso può essere considerato veritiero e certe verità supponibili possono rivelarsi molto pericolose, come proveranno sulla loro pelle Causabon e Belbo, professionista dell’editoria, acuto piemontese, nonché il più importante comprimario di tutta la storia, le cui riflessioni saranno il motore di molte azioni.
Nonostante il protagonista sia Causabon, spesso ricopre un ruolo più che defilato, vista la complessa caratterizzazione dei personaggi che gli stanno intorno, quasi tutti ben curati nella loro psicologia e spesso brillanti, alcune divertenti; ognuno di loro porta nascosto dentro di sé qualcosa, più o meno grave, e nulla è come sembra.
Dire qualcosa di più sarebbe quasi delittuoso nei confronti del lettore, visto che la bellezza di questo romanzo sta proprio nei suoi misteri, narrati con un tono spesso più che disincantato, quasi sprezzante nei confronti di chi vi si vuole immergere, alla ricerca di chissà quale verità; l’autore non si risparmia mai nel far esprimere i suoi “pazzi” (leggendo, capirete che il termine non è usato a caso) tramite concetti iperbolici, parole difficili e citazioni da fonti complesse che, per loro, dovrebbero dare chissà quale incanto, ma che in ultima analisi appaiono aride, prive di qualunque ideale, eccezion fatta per una certa avidità di fondo che permea ognuno di questi “sapientoni”.
Il lettore forse potrà trovarsi un po’ spaesato, inizialmente, ma, superato il primo momento, sarà come fare una scorpacciata in qualche ristorante specializzato in strane cucine esotiche, ignorando completamente come vengono prodotti i gusti che ci propinano, ma che ci inebriano totalmente i sensi, senza nemmeno farci sentire un po’ appesantiti.
In conclusione, “Il Pendolo di Foucault” risulta ricco di fascino e godibile, sia per l’appassionato da disincantare, sia per il profano più scettico (probabilmente il lettore ideale di questo libro), una volta superata la comprensibile diffidenza per le sue apparenti dimensioni da “mattone”; fatta l’abitudine a certi passaggi più intricati, la sua lettura risulta maneggevole ed emozionante a un tempo.
Scrivere qualcosa su Umberto Eco appare come una superflua lungaggine, vista la sua fama, in positivo e in negativo; ecco qui comunque una sintetica serie di link per chi, per la prima volta, si ritrovi ad avere a che fare con lui.
Il Pendolo di Foucault originale, custodito al
Conservatorio Nazione delle Arti e dei Mestieri di Parigi
http://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_EcoLa pagina di Wikipedia sull’autore: offre una comoda infarinatura sul personaggio, con ulteriori schede inerenti a più o meno tutti i suoi lavori più famosi.
http://www.umbertoeco.it/Il sito ufficiale dell’autore, con il suo curriculum vitae (da far girare la testa!) e una corposa bibliografia, sia di suoi scritti, sia di chi ha scritto su di lui.
http://guide.supereva.it/druidismo/interventi/2006/05/256417.shtmlUn articolo a mo’ di curiosità di Umberto Eco su “Il Codice da Vinci”, di Dan Brown, da alcuni giudicato una versione pop de “Il Pendolo di Foucault”.
Merilyss