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La biblioteca di Florianopolis
Gli Asini D'Oro
Apuleio, Pichard e Manara



Antico dipinto dedicato a una scena dell'opera

Probabilmente fu Sant'Agostino il primo a chiamarlo così, Asinus Aureus: L'Asino D'Oro. Il Santo africano si riferiva a quel giovane Lucio, alterego di Apuleio, che a causa di un'irresponsabile brama di conoscenza delle arti magiche, si trova a vivere una lunga serie di vicissitudini sotto forma di asino, concluse esclusivamente grazie all'intercessione della grande Dea Iside. Non si sa se dando al protagonista, e così al libro tutto, l'epiteto di “Aureus” il Sant’Agostino si riferisse alla natura magica dell'umile equino o volesse riconoscere all'opera di Apuleio un'eccelsa caratura letteraria e, dove certamente non religiosa, quantomeno morale. Nonostante infatti il libro del Le Metamorfosi passi, e si faccia passare, per essere un'opera licenziosa, esso fornisce anche un'indubbia rappresentazione della forza della superstizione e delle difficoltà della strada della religiosità... oltre a una sterminata serie di tradimenti, assassinii, furti e incantesimi, visti dall'occhio bacchettone di un asino intellettuale. Forse non è fuori luogo pensare che proprio il giudizio di “libro osceno” messo su dagli indici ecclesiastici abbia fatto si che la componente erotica, pur presente, de Le Metamorfosi venisse poi sopravvalutata.
    Un epiteto del genere però ha la pecca di appiattire un’opera che massimamente si avvale di una molteplicità di chiavi di letura, tra cui l’osceno non è che una delle tante. Si ignorerebbe così inoltre un altro fatto fondamentale alla base del testo: l’innesco narrativo, rappresentato dalla trasformazione in asino del giovane Lucio, costituisce un vero e proprio contrappasso per la sua superbia e per la sua sacrilega curiosità. Si tratta certemente di un espediente originale e grottesco, ma difficilmente se ne sarebbe trovato un altro tanto appropriato: lui che si spacciava per essere d'alto lignaggio e particolarmente acculturato diventa l'asino, animale umile e sciocco per antonomasia.
    A dispetto di tutte queste considerazioni pare che i fumettisti abbiano seguito l’opinione comune, predilegendo l'aspetto erotico di questo classico. Il motivo di tale scelta prospettica, all'interno di un materiale tanto vario quanto vasto come quello offerto da Le Metamorfosi di Apuleio, è però forse da ricercare più nelle caratteristiche degli autori, dediti con differenze e affinità a fornire una cornice sessuale alle loro storie, che nell’interpretazione che essi donavano all’opera. Parlo del francese Georges Pichard e dell'italiano Milo Manara. 



Apuleio



Apuleio da Madaura

Nonostante la grande fama che godette fin da vivo le notizie sulla vita di Apuleio sono poche, poco certe, e provengono per lo più dalle sue opere. Nato all'incirca nel 125 d.C. a Madaura, nell'odierna Algeria, da una famiglia particolarmente ricca, di lui si sa che fu uno degli uomini più colti e illustri del suo tempo, attivo in ogni campo del sapere, dalla letteratura alla matematica dalla filosofia alla musica, instancabile viaggiatore e prolifico autore, medico, avvocato, mago. Oltre alla sua prima istruzione di stampo platonico, durante tutta la sua vita Apuleio esplorava avidamente ogni tipo di dottrina intellettuale e spirtuale, cosa che lo portò a venire iniziato a varie religioni misteriche, di cui ci rimane traccia anche nella trama del romanzo di cui parliamo.
    Anche se gran parte della sua vastissima produzione stimata è andata perduta, alcune opere di gran valore sono arrivate fino a noi, aiutandoci a comprendere i suoi interessi e i suoi gusti letterari. Oltre a Le Metamorfosi, infatti, ci sono arrivati i Florida, una raccolta di brani di vario argomento estratti dalle sue conferenze fatte in giro per l'Impero Romano, in cui egli da sfoggio delle sue doti di retore e oratore, fra tutte le sue virtù quelle che forse gli hanno reso maggior prestigio in vita. Altra opera conservata è la famosa Apologia, detto anche il De Magia. Si tratta di una rielaborazione letteraria dell'arringa che egli dovette pronunciare in propria difesa durante un processo intentatogli a Oea (odierna Tripoli) e tenutosi a Sabratha. Accadde infatti che Apuleio, sposatosi controvoglia sotto consiglio di un amico con una donna particolarmente ricca e invaghita di lui, si trovò contro i parenti di lei che l'accusavano di sortilegio nei confronti della matrona. Data la già allora antica lex Cornelia de sicariis et veneficis, che puniva i malefici e gli avvelenamenti, se fosse stato accertato l’uso di un qualche filtro d’amore, Apuleio sarebbe stato condannato a morte. Per difendersi dall’accusa e allo stesso tempo rendere merito alle scienze occulte che egli ammetteva di praticare, nel De Magia Apuleio espone un’originale suddivisione all’interno delle arti magiche, ponendo le basi per quella distinzione che a tutt’ora nell’immaginario collettivo, pur con differenze, persiste: quella fra Magia Bianca e Magia Nera. Egli distingue la magia buona dei filosofi, che cercano il contatto con il soprannaturale per parteciparvi attraverso lo spirito, che trova in lui un praticante, e la magia cattiva degli stregoni, che il soprannaturale lo sfruttano per scopi mondani, che egli condanna. Non si sa come terminò il processo, ma gli storici sono concordi nel propendere per una completa assoluzione.
    La causa non intaccò per nulla la popolarità di Apuleio, semmai la accrebbe: a lui vennero dedicate statue in molte città, tra cui la grande Cartagine, capitale della provincia romana della Numidia, dove si stabilì per lungo periodo. Sempre in Numidia arrivò a ricoprire persino la carica di Sacerdote della Provincia, per il quale era tenuto ad amministrare il culto Imperiale. Gli Imperatori del periodo degli Antonini, infatti, come Ottaviano Cesare Augusto fece per primo, avevano dato via al culto istituzionalizzato di sè e dell'Impero. La carica però effettivamente gli dava più responsabilità amministrative che funzioni religiose. In compenso si sa che egli fu sacerdote di Asclepio, il corrispettivo latino dell'Esculapio greco, inventore e dio della medicina. Delle circostanze della sua morte non si sa nulla, mentre la data è verosimilmente stabilita attorno al 185 d.C. poichè da quel momento in poi non si hanno più notizie sulla sua attività.
    Ma così come da vivo Apuleio conobbe immensa fama, da morto godette di straordinaria gloria. Gli furono perfino attribuiti poteri miracolosi, per quegli ultimi secoli di paganesimo che il mediterraneo aveva ancora da conoscere, e la sua figura taumaturgica, accostata a quella di Apollonio da Tiana, veniva contrapposta a quel Gesù di Nazareth, Cristo della nuova religione proveniente da Oriente.
Sul piano letterario, quello per il quale ancora oggi è massimamente riconosciuto, tra i suoi primi estimatori c'è stato, come già citato, Sant'Agostino, detto da Ippona ma nato a Tagaste, a meno di 50 km da Madaura, dove quello che diverrà uno dei Padri della Chiesa Cattolica studiò da giovane. Curioso come in appena 50 km di suolo africano si possano ritrovare le origini di una buona parte della letteratura e della teologia europee, sviluppatesi nell'arco dei secoli e tutt'ora presenti, indice della significativa globalizzazione culturale vissuta dall'Impero Romano. Durante il Medioevo Apuleio devette la sua fortuna specialmente alle sue opere divulgative, i Florida e il De Magia, dai quali i monaci che lo trascrivevano e lo studiavano potevano trarre un'immagine di lui come grande cultore di ogni aspetto della natura, delle arti e della società, rimanendo certamente affascinati quando non scandalizzati, in quelle austere fornaci di sapere che erano i monasteri, delle sue conoscenze esoteriche di origine pagana.
    Fra gli uomini illustri che ebbero diretti rapporti con l'opera di Apuleio, e in particolare con Le Metamorfosi, ci furono anche Francesco Petrarca e il suo amico Giovanni Boccaccio, il quale candidamente ammise di aver preso spunto dal classico latino per scrivere alcune delle novelle che andarono poi a formare il suo Decameron. Il merito della prima traduzione dal latino al volgare va invece a Boiardo nel 1517. Da questo periodo in poi in tutte le regioni europee cominciarono a fiorire le traduzioni e le riedizioni de Le Metamorfosi che andò così a fornire l'humus narrativo, nonchè la legittimazione artistica, per numerose tipologie di opere nate e sviluppatesi nel corso XVI e XVII secolo, quali il romanzo picaresco e, secoli più tardi, i romanzi onirici e di argomento magico.



Le Metamorfosi



Papiro con una pagina del libro

Considerando la grandezza del personaggio Apuleio e l'alone di mistero che continua ad avvolgere la sua figura ci si può fare un'idea della quantità di studi e ricerche di cui è stata fatta oggetto la sua opera principale. Il titolo stesso oscilla fra varie interpretazioni: Le Metamorfosi, La Metamorfosi, I Libri Della Metamorfosi... l'originale è comunque Metamorphoseon Libri, in un linguaggio ibrido greco-latino che Apuleio ai tempi fece suo come stile. A proposito della lingua, vero nocciolo su cui si sono dibattuti decine di esperti nei secoli, è stata notata la grande padronanza lessicale dell'autore e la sua capacità narrativa caratterizzata dalla sveltezza. Il fatto di avere però nella lingua uno dei suoi punti forti fa si che molte delle migliori caratteristiche del Le Metamorfosi si perdano nelle traduzioni delle lingue moderne. Arcaismi, neologismi, esotismi, alliterazioni, e giochi di parole, sono ardui da trasportare da un lingua e un tempo tanto lontani come la nostra e quella romano-ellenistica. Quel che rimane di sorprendente invece è come per Apuleio sia facile raccontare delle storie in poche righe e renderle ciononostante tanto vivide e accessibili a lettori tanto postumi. Quel che si nota facendo un paragone fra il suo stile narrativo e quello che spesso ci ritrova a leggere nei libri di produzione contemporanea è la capacità di sintesi e di pragmatismo, in cui niente c'è in più di quanto serve e nulla c'è di meno di quanto necessario a creare personaggi, ambienti, immagini e scene nella mente del lettore.
    Dal punto di vista delle fonti il libro di Apuleio è stato fatto oggetto di innumerevoli supposizioni. In molti si sono chiesti come fosse possibile, infatti, che una così grande varietà di storie intrecciate siano state tutte frutto della creatività dell'autore, senza che ci fosse un seppur formale riferimento ad altre opere. A parte il titolo, già usato da Publio Ovidio Nasone per la sua grandiosa opera, che però non pare avere nulla a che fare con il nostro, se non per la verietà di storie, ci sono un paio di notizie che fanno pensare a un'origine in parte esogena della trama, o anche soltanto dei personaggi, dell'"Asinus Aureus". Si tratta della citazione da parte di un patriarca di Costantinopoli del IX secolo, tale Fozio, dell'opera di un certo Lucio di Patre, e di un opuscolo di Luciano di Samosata, entrambi con titoli che rimandano decisamente all'opera di Apuleio. Nonostante i secoli di dibattiti però non si è raggiunta una conclusione definitiva su chi influenzava e chi è stato influenzato, ma si tende a considerare Le Metamorfosi nel complesso come un'opera originale, specialmente negli intenti e nello stile. A parte il valore estetico che si può o meno condividere, questo libro ha un primo grande merito, o se vogliamo fortuna: è l'unico esempio di romanzo latino pervenutoci completo, laddove il Satyricon di Petronio, altra opera formalmente simile, è giunto fino a noi irrimediabilmente frammentato.
    Ma è nel suo significato allegorico, di natura mistica e morale, che Le Metamorfosi spiccano, rappresentando uno dei fari più luminosi non solo della letteratura latina, ma di tutte le lettere. Grazie alla struttura comune alla maggior parte delle storie mosse da intenti educativi, ovvero, Infrazione, Punizione e Crescita, infatti Apuleio realizza un’ulteriore storia sulla sete di conoscenza umana. Fa pensare il fatto che nel periodo in cui egli scriveva il suo romanzo il cristianesimo, una religione nata dall’ebraismo, stava prendendo piede nell’Impero. Una storia fondamentale che riguarda i primi uomini secondo il mito ebraico ha infatti a che fare proprio con la medesima questione della conoscenza. Eva sotto consiglio di un serpente offre ad Adamo la mela della conoscenza. La punizione sarà la cacciata dall’Eden e conseguentemente la sofferenza per entrambi. Osando il parallelo: Lucio con l’aiuto di Fotide, donna come Eva, vuole conoscere, sperimentandola su se stesso, la magia, di cui da sempre si suole far derivare i poteri dalle divinità. La punizione è la trasformazione che gli porta sofferenza e dolore a non finire. In entrambe le storie la donna ha un ruolo di tramite. In entrambe tra l’altro la conoscenza arriva prima alla donna. La prima a mordere la mela sarà proprio Eva, ed è da una strega che Fotide ruba l’unguento che sarà la causa della rovina di Lucio. C’è chi ci trova misoginia e chi invece può vederci una considerazione sulla natura curiosa della donna.
    A parte arditi parallelismi, Le Metamorfosi possiede un’apparato simbolico religioso difficilmente trascurabile. D’esempio è la rosa, fiore che ricorre durante tutta la storia, e che viene indicato come antidoto alla trasformazione di Lucio. Iside infatti, la Dea che condurrà Lucio alla salvezza, ha proprio in grazia quel fiore, e in esso trova uno dei suoi simboli più comuni. Il finale inoltre è la palese dimostrazione dell’intento quasi catechistico della storia: Lucio ritornato uomo sotto consiglio divino procede all’iniziazione del culto di Iside e Osiride, gli Dei più importanti della religione egiziana, tanto espensasi nel mediterraneo nei primi secoli dopo Cristo. Alla magia quindi si sovrappone la religione. La relazione con il soprannaturale è, come già Apuleio sosteneva nel De Magia, di natura profondamente diversa. Dagli intenti mondani la prima (e Le Metamorfosi ne offrono una lunga serie di esempi) laddove contemplativa e riflessiva la seconda. Su un piano metaforico-spirituale d’impronta cristiana, la seduzione demoniaca e la luce celeste.
    Strutturalmente il romanzo si divide in undici capitoli, nelle edizioni odierne enumerati rigorosamente alla romana. All'interno di ogni capitolo il testo è ulteriormente sezionato in paragrafi, in un numero che varia da 26 a 42,  e qui scriviamo comodamente come ci hanno insegnato gli arabi. La trama principale è piuttosto semplice da esporre linearmente, anche se costellata da innumerevoli digressioni. Un giovane (Lucio) si deve recare in Tessaglia per affari. Fortemente interessato ai segreti della magia vuole approfittare dell’occasione per approfondire le sue conoscenze ed esperienze. La Tessaglia infatti era una regione greca famosa per essere il regno delle arti magiche. Giunto in una città, Ipata, viene ospitato da un amico di famiglia la cui moglie è, segretamente, una maga. In questa città Lucio prima viene reso protagonista di un rito collettivo dedicato al Dio Riso, che lo porterà ad essere un beniamino della cittadinanza, poi sedotta la domestica della casa, si fa somministrare da lei un'unguento sottratto alle dispense segrete della padrona, affinchè esso lo trasformi in un uccello... l'unguento invece lo trasforma in asino. L'unico modo per porre fine al sortilegio è che Lucio mangi delle rose. Quella sera stessa la casa viene assalita da dei briganti che usano l'asino come soma per la refurtiva e se lo portano nel loro covo ricavato in una caverna, allontanandolo per sempre dall’unica persona, Fotide, che ne conoscesse la natura umana. Da questo momento in poi la storia è una serie ininterrotta di disgrazie atroci e momentanei sollievi, di cambio di padroni e di viaggi, con Lucio che si ritrova spesso a un passo dal mangiare le rose o in alternativa a togliersi la vita per il peso delle sofferenze patite e paventate. Lucio si trova al servizio di ricchi padroni, di poveri contadini, di mugniai cornuti, di crudeli ragazzini, di sacerdoti perversi e di perverse matrone. Tutto questo gran serraglio umano è sempre inconsapevole della natura dell'asino, e i personaggi si trovano a raccontare davanti a lui le storie più incredibili convinti di non poter essere compresi: storie di adulterii, prodigi e violenze, ovvero gli ingredienti che rendono Le Metamorfosi un libro piccante e sanguinolento, e che come vedremo lo hanno reso oggetto appetibile per la trasposizione in fumetto. Una storia in particolare, posta non a caso al centro del libro, riunisce queste tre componenti e la sua forza è tale da darle una fama indipendente dal libro stesso. Si parla della favola di Amore e Psiche, prototipi, come molti altri nelle storie e nelle leggende dell'umanità, di un'amore segreto e osteggiato dal fato. Una favola che ha talmente tanto peso, specialmente per il materiale fornito all'immaginario mitologico e artistico, che non può essere qui maggiormente analizzata, se non con un accenno al fatto che anche in questo caso ci si ritrova davanti al processo Infrazione, Punizione, Arricchimento. Ovvero, come la teoria dei Frattali possa trovare delle insospettate conferme nella letteratura antica.
    Le vicende asinine di Lucio si conludono quando sulle acque di una baia di Corinto, all'animale prostrato e supplice, appare la splendida e immensa figura di Iside, Dea della Luna egiziana, in cui Apuleio coinvoglia in un potente sincretismo religioso tutte le maggiori divinità femminili greco-romane: Giunone, Atena, Venere, Diana, Artemide, Proserpina. La Madre Celeste concederà la salvezza a Lucio fornendogli indicazioni precise su come trovare le rose. Seguite le indicazioni della Dea, Lucio torna umano e decide, sotto l'influsso divino, di iniziarsi al culto di Iside prima, e poco dopo a quello di Osiride, Re degli Dei egizi e suo sposo. La narrazione di questi riti, dove il segreto dei misteri non interpone il suo velo, conclude "i libri delle metamorfosi", con Lucio che dopo tante peripezie diviene un protetto degli Dei.  



Georges Pichard e Le Streghe della Tessaglia



Copertina del secondo tomo di Pichard

In Francia Georges Pichard è considerato uno dei più grandi autori del fumetto di argomento erotico, e il maestro di quello sadomasochista. Nato nel 1920 a Parigi fino all’età di 35 anni lavora come pubblicitario. Negli anni '60 comincia la sua carriera di fumettista a tutti gli effetti pubblicando sulle riviste francesi del periodo. Queste prime opere sono di argomento avventuroso e fantastico, come per esempio il coloratissimo Submerman del '67. Finita questa parentesi da “fascia protetta” Pichard comincia la sua decennale storia di autore per adulti. Collabora con numerosi fumettisti francesi del periodo, tra cui il celebre vignettista Wolinski, e crea il suo prototipo femminile che diverrà celebre, sistematicamente riproposto in tutte le sue opere: la donna alta, formosa e abbondante, con un forte trucco agli occhi, dal viso ovale e spigoloso, e spesso lentigginosa. Questa è la “donnina di Pichard”. Dapprima su storie originali realizzate da sceneggiatori quali Jean-Pierre Andrevon, Danie Dubos e tanti altri francesi, poi, verso la metà degli anni '80 sui classici, Pichard racconta spesso con tono ironico le perversioni sessuali dell'uomo e della donna, indugiando specialmente sulla donna, con un disegno esplicito, fino ad arrivare al masochismo, al feticismo, e al bondage, cosa che gli costerà numerose censure.
    Pichard inaugura il suo periodo di rivisitazione dei classici, che si protrarrà fino alle sue ultime opere, proprio col doppio volume Les Sorcières de Thessalie (letteralmente Le Streghe della Tessaglia, trodotto in Italia come L'Asino D'Oro, ma useremo qui la traduzione letterale dell'originale), uscito nel '85. Del romanzo di Apuleio Pichard realizza una sua sintesi seguendo un'originale metodo di selezione, intuibile già dal titolo. Egli acutamente deve aver notato una particolarità non irrilevante dell'opera dell’africano: nella Tessaglia de Le Metamorfosi pare che non ci siano maghi o stregoni, e la magia risulta essere a totale appannaggio delle donne. Un invito a nozze, evidentemente, per la matita dell'autore francese, che così esclude, o glissa con una didascalia, tutte le vicende in cui non sia presente almeno una donna, che egli rappresenta sempre col seno in bella mostra, in un erotismo inflazionante, riuscendo a mantenere comunque una solida traccia narrativa. Magie, violenze, adulterii, e la profonda umanità dei personaggi e dell'asino sono tutti elementi che Pichard sottolinea, con un disegno che calca più sull'umoristico che sul realistico. Da notare poi, a livello di satira, alcuni suoi interventi sui dialoghi originali. A un brigante infatti fa dire, a proposito di una tortura da riservare a una ricca prigioniera:

“Quando i poveri vedranno quale sorte noi riserviamo ai ricchi... resteranno ancora poveri, ma saranno un po' meno invidiosi!”

I ladri della sua opera sono mossi da una sorta di ideologia che legittimizzerebbe il proprio operato al servizio di un fantomatico “popolo”, comportamento che però, più che essere vera presa di responsabilità nei confronti dei più deboli, pare essere un metodo demagogico per accaparrarsene un'incondizionato consenso. Tutto ciò Pichard lo inserisce in maniera completamente autonoma dall'opera originale di Apuleio.
    Per quel che riguarda la trama, Le Streghe della Tessaglia indugia molto su alcune vicende parallele, come quella che apre Le Metamorfosi, in cui una maga si vendica di un uomo strappandogli il cuore e sostituendolo con una spugna. Altro esempio sono le due vicende di due donne: una che tradiva il marito mugnaio con un giovane aitante, tresca che viene svelata grazie all'asino Lucio, e l'altra, una perfida avvelenatrice gelosa del suo uomo disposta ad ulteriori omicidi pur di coprire la sua colpa. Sul finale della storia, carico di significato religioso come monco di spunti erotici, Pichard sorvola rapidamente, inventando però una piccola perla morale, di carattere animalista.
    Interessante è un'altro aspetto di questo riadattamento, ovvero la pur breve introduzione che Pichard scrisse di suo pugno. In essa dichiara, a proposito dell’originale, di esserne soltanto un libero interprete, onde evitare facili critiche. Inoltre viene lanciata una frecciata all'avidità di questo mondo avvalendosi di un commento ad un'enigmatica citazione di Apuleio: “Vorrei poter comprare al prezzo del mio patrimonio il disprezzo di questo stesso patrimonio”.


Milo Manara e L'Asino D'Oro



Copertina del libro doppio di Manara


In Italia oggigiorno non c'è nessun autore di fumetti che può competere con la fama di Milo Manara. Nato in provincia di Bolzano nel '45 il maestro del fumetto erotico italiano ha anche lui, come Pichard, cominciato a disegnare avventure di genere abbastanza mainstream, come Genius. La carriera di Manara ha la particolarità di essere costellata da grandi collaborazioni con personaggi dei campi più disparati: da Fellini ad Almodovar, da Jodorowsky a Valentino Rossi, passando per il suo grande amico Hugo Pratt, che per lui scrisse persino due sceneggiature. Manara ha anche il merito di essere stato uno dei primi fumettisti di un certo livello a sfruttare le risorse informatiche e telematiche messe a disposizione degli autori negli ultimi 20 anni, realizzando la grafica di alcuni videogiochi tratti dai suoi fumetti. Autore di innumerevoli storie a sfondo sessuale Manara si è sempre distinto per il fatto di creare un eros molto curato nel disegno che poco si concede ai particolari espliciti. E' curioso il fatto che egli, come Pichard abbia uno standard della figura femminile, tanto costante da divenire vero e proprio segno di riconoscimento. La ragazza giovanile, alta, snella, dal fisico sodo, i capelli mossi o ricci, due occhi leggermente orientaleggianti e qualche lentiggine è entrata, come ai suoi tempi Valentina di Crepax, nell'immaginario collettivo italiano ed europeo. Questo e altri particolari fanno pensare a un collegamento molto profondo di due autori come Manara e Pichard.
    Nella vastissima produzione del nostro non è raro trovare casi di riadattamento di testi classici, provenienti da diverse culture: suoi per esempio un Kamasutra, nonchè Gulliveriana, una libera interpretazione dell'opera di Swift. L'Asino D'Oro, pubblicato assieme ad A Riveder Le Stelle nel 1999, si innesta in questo ciclo. Come per gli altri testi, anche in questo caso, Milo Manara pare essere attratto dalla componente erotica e grottesca della storia, che gli permette di mettere in mostra le sue abilità nel disegnare la sensualità della sua “donnina”. Il numero di personaggi femminili, le situazioni comiche, le perversioni narrate, sono tutte cose verso le quali la sua selezione si concentra, tralasciando, per esempio, la componente violenta molto più presente in Pichard. Da alcune inquadrature e sequenze però si intuisce come l'opera del fumettista francese fosse ben conosciuta da Manara. Un episodio di Lucio presente qui ma assente nel Le Streghe della Tessaglia è quello in cui l'asino viene preso da un gruppo di adoratori di Cibele, Dea Madre dell'Impero Romano, per portarne l'effige, coinvolgendolo così nelle loro pellegrinazioni fra mortificazioni della carne, rapporti omosessuali ed elemosina. La scena per Apuleio potrebbe anche essere un modo per screditare il culto di Cibele, divinità "concorrente" di Iside. Sembra tra l'altro che il capo di questa setta assomigli nel viso a Manara stesso, che così comicamente si ritrarrebbe come un tipo un po’ perverso, giocando evidentemente con l’immaginario che ruota attorno alla sua figura di autore. C'è poi un'attenzione particolare all'episodio più scandaloso dell'opera di Apuleio: il rapporto sessuale dell’asino Lucio con una matrona zoofila, che nonostante la misura equina non sembra riuscire a trovare soddisfazione dal suo amante.
    Un'ulteriore peculiarità sono le citazioni che Manara fa del film Satyricon, tratto dal testo di Petronio, di Federico Fellini, suo grande amico. Oltre alle scenografie riprese all'inizio della storia c'è persino un personaggio de L'Asino D'Oro che riprende alla perfezione le fattezze di Migali Noel, un'attrice francese presente nel Satyricon appunto. In definitiva pare che Manara con la sua opera abbia voluto fare un triplice omaggio: ad Apuleio, a Pichard, e a Fellini. La sua storia non è altro che un'ulteriore sintesi dell'originale, privata ancora una volta della parte religiosa. Un fumetto che conferma il suo stile erotico e celebrativo, come la pubblicazione del testo assieme a A Riveder Le Stelle, opera che è tutta una citazione, d'altronde vuole forse sottolineare.


Patrizio S.



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Introduzione
Fantastici e misteriosi dovevano essere i racconti degli uomini quando la luce e le parole erano ancora giovani. Gli uomini, le parole, la luce continuamente si commutano ma se ancora c'è gente che racconta allora in ogni storia c'è qualcosa di originario, che con fermezza procura meravigliosi viaggi attraverso la natura, nello spazio e nel tempo. Di Patrizio S.

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“Alone like a dog” di Domenico Cosentino
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